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Intervista a Luca Maccione, coordinatore del Centro Naga-Har (2010)

Arrivano dal Gambia, dalla Costa d’Avorio, dall’Eritrea o dal Sudan, da quell’Africa
sub sahariana spesso dimenticata ma ancora traumatizzata da guerre civili, colpi di stato o retta da
dittature. Sono gli sconfitti dei nuovi conflitti in Iraq o in Afghanistan. Hanno tra i 17 e i
45 anni
, sono per il 99 per cento maschi, parlano poco l’italiano e non hanno progettato l’arrivo
nel nostro paese, ma sono le vittime di un’immigrazione violenta: in Italia ci sono capitati così,
non per un piano migratorio già steso e interiorizzato, ma per una decisione improvvisa
che gli ha salvato la vita.

Sono i rifugiati politici e i richiedenti asilo politico che ogni pomeriggio, dalle 14.30
alle 18.30 sette giorni su sette popolano le stanze del Naga Har, il centro dedicato alla loro
assistenza creato nel 2001 dall’associazione Naga (presente a Milano da più di 30 anni e
molto attiva nel supporto agli stranieri nel campo sanitario e non).

Assistenza per oltre 5000 persone
«Da quando abbiamo aperto sono più di cinque mila le persone che si sono rivolte a noi,
circa 700 all’anno» racconta Luca Maccione, responsabile del centro; «di notte si recano nei
dormitori, della Caritas o altre associazione, e di giorno vengono da noi.
Sono circa 80 gli uomini che trascorrono i loro pomeriggi qui:
la nostra sede è come una casa per loro, qua si ricrea una sorta di comunità,
diversa da quella da cui provengono ma pur sempre una ».
In patria erano perseguitati, rischiavano la vita per faide tribali o guerre più grandi di loro;
e qui, in Via Grigna, 24, in molti combattono ancora quotidianamente i fantasmi della tortura,
delle violenze e delle umiliazioni subite. Al Naga Har niente viene imposto ma si cerca di
stimolare la persona a compiere da solo le sue scelte: dall’assistenza legale a quella sociale
(la ricerca di un alloggio, di un lavoro), nell’aiutare questi uomini a ricostruirsi una vita nessun
aspetto viene tralasciato, neanche quello psicologico.

L’arteterapia per curare i traumi della tortura
«Non spingiamo nessuno ad andare da uno specialista» spiega Maccione, «ma forniamo gli
strumenti per far sì che chi si rivolge a noi riesca a far uscire le proprie emozioni e i propri
pensieri
». Come? Per esempio attraverso l’arteterpaia, i laboratori artistici organizzati al
Naga Har da qualche anno, con una ventina di partecipanti a lezione (si tengono il sabato
pomeriggio) e tenuti dall’arteterapeuta Franca Alleva, con il supporto di Irma Broer.
Un mezzo attraverso cui, chi ha vissuto esperienze drammatiche come la tortura o la
persecuzione,è in grado di tirar fuori il proprio dolore o i propri incubi;
sfoghi emotivi che a parole sono difficili da compiere.
Non è solo un problema di lingua: molte volte, infatti, è difficile raccontare, ricordare e rivivere
le situazioni più traumatiche, e l’arte con le sue mille forme si trasforma in un’alternativa di successo.
Come sta succedendo con la mostra inaugurata venerdì 18 giugno che ha coinvolto molti partecipanti
e alcuni volontari dei 40 che transitano nel centro su un tema molto attuale, cioè lo straniero.
«Per qualcuno, la risposta alla domanda “Cos’è uno straniero per te” è il disegno del dormitorio
in cui vanno la sera, cioè un luogo che non corrisponde alla loro casa, al significato che per loro
ha questa parola, mentre per altri è il ritratto di una donna bianca» conclude Maccione;
«raccontare attraverso le immagini il proprio passato è un grande passo verso il recupero
della fiducia in sé stessi, per poi arrivare a credere di nuovo anche negli altri».
Queste opere si possono ammirare sabato 26 giugno in occasione della “Giornata internazionale
a sostegno delle vittime della tortura” quando una grande festa attende i visitatori al Centro
Cascina autogestita Torchiera Senz’acqua.

(ndr: dopo l'esposizione in Sassetti Cultura)